Giornalisti, addio

Giornalisti, addio

23/07/2014 18:11

Agente di viaggio, postino, lettore dei contatori, taglialegna, e… giornalista. Secondo il rapporto di Career Cast 2014 questi mestieri hanno qualcosa in comune: appartengono tutti al genere in via di estinzione di qui a meno di dieci anni. Con le prospettive di assunzione per i reporter di giornali in precipitoso calo del 13% entro il 2022 secondo le previsioni dell’organizzazione. Per chi lavora in una redazione non è poi troppo una novità. Perfino il New York Times nei mesi scorsi ha fatto ricorso a licenziamenti e pre-pensionamenti. “Il calo degli abbonamenti e la contrazione della pubblicità hanno influenzato negativamente il potere di assorbimento di nuovo personale da parte di alcuni giornali, mentre altri hanno cessato completamente le operazioni”, scrive Career Cast nel suo epitaffio per la professione giornalistica. L’ultimo chiodo nella bara è stato piantato dal web: “I siti online continuano a rimpiazzare i giornali tradizionali e le prospettive a lungo termine per i giornalisti della carta stampata riflettono il cambiamento”. Lo studio ha preso in considerazione 200 tra mestieri e professioni usando dati del Bureau of Labor Statistics. La palma della migliore carriera del futuro è toccata a chi ha a che fare con i numeri: matematici e statistici, per la poliedricità di applicazione della loro esperienza, dividono la top 3 con i professori universitari. Condividono invece il triste destino dei giornalisti i tipografi, ed era prevedibile, anche se peggio di loro stanno i postini, i cui ranghi dovrebbero contrarsi del 28% entro il 2022: anche questa è una fine annunciata. Con l’avvento di Twitter e Facebook i social network forniscono il canale con cui la gente resta in contatto mentre tutti i conti di casa vengono ormai pagati online. Male anche i taglialegna: “Tutti questi lavori in via di estinzione hanno a che fare con la carta”, ha spiegato Tony Lee, il direttore di Career Cast, secondo cui “i consumatori non hanno smesso di leggere notizie o bestseller, solo che lo fanno online e non a stampa”. Meno prodotti a stampa richiedono meno lavoro nelle tipografie e meno richiesta di cellulosa, che a loro volta ha messo in crisi il mestiere del boscaiolo.

Ma non ci sono solo i giornalisti della carta stampata agli onori della cronaca, seppur negativa. La Rai? Un carrozzone, l'esempio più eclatante di una macchina pubblica ingolfata e costosa, dove la politica ha creato più danni che benessere. Lo scrive Carlo Cottarelli, il commissario di Palazzo Chigi alla spending review, nell'ultimo capitolo di un rapporto su spesa pubblica e tagli. E il risultato è impietoso. Nel documento il pool di esperti scrive: "A ogni cambio di governo, maggioranza e ad ogni scadenza del consiglio d’amministrazione segue normalmente un giro di nomina dei direttori dei telegiornali, i quali a loro volta nominano e promuovono 3-4 tra vicedirettori e capiredattori per governare con persone fidate. I passati capi tornano a disposizione mantenendo però stipendi, titoli e ruolo che avevano precedentemente". "Il risultato - continua il rapporto - è che ad esempio nel Tg1 solo un terzo dei giornalisti è un redattore ordinario e gli altri due terzi sono graduati". Stessi numeri, nota il Corriere della Sera, denunciati l'anno scorso dal deputato Pd Michele Anzaldi, che denunciava che dei 113 giornalisti del Tg1 appena 32 erano redattori ordinari, mentre i soli capiredattori risultavano ben 34. Tutto il resto erano superiori. Una cosa non da poco, se si pensa che lo stipendio medio di un direttore del Tg si aggira attorno ai 500mila euro all'anno, a fronte di un direttore di un'altra testata giornalistica televisiva, i cui corrispettivi vanno dai 200mila ai 350mila euro. E che il costo medio di un dipendente Rai è di 89mila euro, 30mila in più di un collega di Sky. Di fronte a una situazione del genere, che si è manifestata in modo eclatatnte nell'azienda della tv di Stato, ma si ripete in molti enti pubblici. 

Ma c’è anche l’altra faccia della medaglia di questa professione. Si chiama equo compenso. Nella legge 233/2012, per la cui approvazione si sono battuti per anni giornalisti precari e freelance, è “la corresponsione di una remunerazione proporzionata alla quantità e alla qualità del lavoro svolto, tenendo conto della natura, del contenuto e delle caratteristiche della  prestazione nonché della coerenza con i trattamenti previsti dalla contrattazione collettiva nazionale di categoria in favore dei giornalisti titolari di un rapporto di lavoro subordinato”. Nella delibera governativa che lo scorso giugno ha accolto l’accordo chiuso tra Federazione italiana editori e Federazione nazionale stampa italiana, equo compenso si traduce in soldoni in 20,80 euro per un articolo su un quotidiano; 6,25 euro per una segnalazione ad agenzie e web, eventualmente integrata di un paio di euro se corredata da foto e video; 67 euro ad articolo per i periodici; 14 euro per un articolo su periodici locali; 40 euro per le tv locali, ma solo con un minimo di 6 pezzi al mese; 250 euro per un pezzo sui mensili. Questo è ciò che gli editori e il sindacato dei giornalisti definiscono “equo compenso” per cronisti a collaborazione coordinata e continuativa: non blogger che per vivere fanno altro, ma più di diecimila professionisti che con il lavoro giornalistico dovrebbero essere in grado di pagare il mutuo, fare la spesa, vivere dignitosamente. Questa è la considerazione che del lavoro giornalistico hanno, nel nostro Paese, gli editori e i rappresentanti della Fnsi che hanno votato a favore della delibera. Un problema di tutti. Perché con questo accordo la professione giornalistica diventa appannaggio dei pochi che potrebbero permettersi di scrivere articoli giornalistici, ovvero scrivere professionalmente, con regole e deontologia, non scrivere per hobby, senza poi ricevere uno stipendio adeguato. Perché con questo accordo di giornalisti di professione ce ne saranno sempre meno, perché con la firma sui pezzi non fai la spesa. E un Paese con meno giornalisti sulle strade è un luogo con meno notizie, con meno informazione. E meno informazione significa meno libertà di giudizio e di opinione. Significa essere meno consapevoli, prendere decisioni collettive e personali con poca cognizione.

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